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Qualche osservazione sulle elezioni del giureconsulto in Iran a) Non v'è dubbio che l'elezione di Mahmmud Ahmadinejad a presidente dell'Iran ha sollevato un certo stupore nei politologi internazionali e una certa preoccupazione nei politici europei ed anglosassoni. Lo stupore nasce dalla sconfitta di Rafsanjani, prima che dalla vittoria di Ahmadinejad. Cioè dalla sconfitta di un politico di grande abilità, uno degli strateghi negli ultimi venti anni del regime, uomo economicamente potente, che aveva adottato un programma politico di tipo "liberista": più mercato, sviluppo "alla cinese". Vince invece, con larghissima maggioranza- dentro ad una partecipazione al voto di certo superiore a quella della democrazia americana - il sindaco di Teheran, un uomo quasi sconosciuto alla cerchia internazionale ma che i prigionieri politici iraniani e soprattutto i familiari dei prigionieri uccisi lo conoscono bene ( infatti ci sono documenti che dimostrano il suo coinvolgimento nelle plotoni di esecuzioni dei prigionieri, mentre accompagna i prigionieri bendati p er essere uccisi, senza dimenticare le lettere di ringraziamento di fallahian, il ministro delle informazioni ), non appartenente alla gerarchia religiosa, un ex comandante di passdaran, un uomo non estraneo alla cerchia delle forze armate iraniane. Naturalmente Ahmadinejad è figlio di una operazione politica dentro al regime e la sua candidatura è stato gestito direttamente da giureconsulto, nella persona dell'Ayatollah Khamenei. Ma anche Rafsanjani è figlio di un'altrettanta operazione politica nel regime. Il regime o è diviso, come è probabile, in fazioni con strategie prospettiche diverse, oppure gioca su più tavoli offrendo sul "mercato elettorale" due opzioni, l'importante è che non sia cambiato lo status quo. b) Va detto subito che la parte della società iraniana che non ha votato, o che avendo votato per candidati pseudo riformisti al ballottaggio non ha ritenuto di sostenere Rafsanjani, è consistente. Ovviamente i dati del regime sulla percentuale dei votanti non sono credibili neanche per i candidati esclusi al primo turno. Questi, nelle loro proteste tramite i quotidiani ( alcuni chiusi dopo le pubblicazioni), parlano apertamente di brogli elettorali, scambio di voto, interferenze dei servizi segreti, controllo delle schede da parte dei Passdaran, file separate di maschi e femmine, nei seggi ove la presenza dei votanti per l'ala riformista era notevole e ecc . E il nuovo presidente ha, da questo punto di vista, un problema di consenso. Come tutto il regime del resto. Ma il rifiuto del voto non produce, di per sé, organizzazione politica e, al contrario, sul vuoto di questa organizzazione il regime può tentare di costruire un ulteriore governo della società iraniana. c) Tuttavia sarebbe imperdonabilmente superficiale, non osservare che l'elettorato, recatosi alle urne, ha scelto una delle due opzioni: Ahmadinejad, cioè il populista, con la promessa di una lotta alla corruzione e della ridistribuzione della rendita petrolifera, di un Iran islamico potente e rispettato. Nazionalismo, populismo, personalità " austera" e "vicina all'uomo della strada". Un uomo laico al servizio totale di un regime fascista religioso con rivendicazioni tratte dagli slogan di khomeini. C'è del geniale in queste operazioni politiche! d) Una parte dell'elettorato probabilmente più povero manda un segnale di insofferenza agli eccessi del regime: non sono segnali di tipo "politico", diritti umani, libertà politiche e sociali; sono segnali di sofferenza economica, di povertà. E' un segnale di sofferenza che non ha trovato altre sponde politiche: né riformiste borghesi, né eversive e quindi resta all'interno dell'ordine vigente. Il regime è stato abile, sul piano strategico e nella successione tattica, a svuotare le azioni dei riformisti mostrandone l'incoerenza politica e ha preparato la carta moschicida, Ahmadinejad, perché sentiva l'insofferenza non delle classi medie, ma quella più preoccupante, ma più malleabile( anche da un punto di vista religiosa), del proletariato e sottoproletariato. C'è stata, probabilmente, una vittoria del regime utilizzando abilmente la massa dei voti popolari. e) C'è un paradosso in queste elezioni: lo slancio della rivoluzione khomeinista, che ha anch'essa all'origine fatto leva sulla rabbia antiscià degli strati popolari, è finito e, per questo, non potendo andare oltre ( in senso riformista), il regime dei mullah può solo cercare di tornare alle origini: al presidente militante, ascetico, combattente, al sostegno della base sociale, alle parole d'ordine populiste ed agitatorie. f) Naturalmente è cambiato il contesto politico che fece da sfondo alla rivoluzione khomeinista. Oggi l'Iran può aspirare ad essere una effettiva potenza regionale. Non c'è un Irak sunnita che per conto dell'occidente gli sbarra la strada con una guerra ( oggi il gabinetto del presidente Giafari riconosce alcune affinità con i governanti di Teheran e teologi della città santa di Qum ( seconda città religiosa per gli sciiti, ovviamente dopo Najaf dell'irak). L'occidente dovrà, eventualmente, farla in prima persona. Nell'area del Golfo, ora, ci sono solo due potenze: Israele e l'Iran ( questo spiega anche l'insistenza sul nucleare). Due potenze che hanno, entrambe, di fronte grosse sfide storiche ( la rivista Limes illustra bene le occasioni che ha di fronte Israele). E' possibile che una parte del regime abbia colto questa condizione ed abbia deciso, o forse si sia trovata con il voto popolare spinta in questa direzione, di accettare la sfida. g) Ma la situazione è cambiata non solo per la situazione del Golfo e dell'area limitrofa: sta mutando completamente lo scenario energetico e geo-strategico mondiale. La Cina sta imponendo visibili cambiamenti negli equilibri mondiali e in particolare nell'ambito energetico: non solo tenta di acquisire grandi compagnie petrolifere americane ( come la Unical), ma dovrà stabilire alleanze strategiche con i paesi produttori ( come sta facendo in America Latina). Il secondo produttore mondiale di petrolio, l'Iran, può diventare la chiave di volta per la presenza cinese nell'area( vedi i rapporti economici e petroliferi dell'Iran con la Cina e con l'India, la firma del nucleare con la Russia di Putin, due dei tre paesi più importanti del mondo che godono di diritto di veto al consiglio di sicurezza delle nazioni unite). Ecco da dove scaturisce la preoccupazione dell'occidente ed americana in particolare. E' possibile che la direzione di questi processi fosse chiara in settori del regime iraniano e che, con queste elezioni, abbiano voluto prepararsi ai tempi nuovi. h) Un Iran stabile, con un regime rafforzato e una presidenza autorevole, non è accettabile per gli USA. Non è fantascientifico pensare che l'instabilità dell'Iran sarà una priorità americana e che non si sottrarrà alla tentazione di farlo cadere dall'interno. I mercati tremano, preoccupati. i) Per i diritti umani, la democratizzazione dell'Iran, i tempi si faranno ancora più lunghi ( anche per l'assenza di una opposizione credibile con un progetto politico per la società iraniana praticabile). Oltretutto, nell'area del Golfo non sussistono condizioni per processi democratici e non per la sola colpa dell'islam. La democratizzazione di un paese, processo storicamente lungo e complesso, non appare possibile in luoghi in cui l''ingerenza straniera, per la presenza delle risorse petrolifere, sia inevitabile. Ciò che è possibile è solamente un " governo amico", cioè un governo neocoloniale. j) L' "islamizazzione" ulteriore della vita sociale iraniana è il solito strumento che usa un potere statale per comprimere e convogliare una società verso una direzione. Volenti o nolenti, le elezioni appena concluse hanno lanciato l'Iran al centro dell'arena mondiale. Uno degli scenari più interessanti di questi anni.
M.Hamzehian updi@libero.it |