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Diritti umani in Iran Sessant’anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, i governi continuano a tradire le loro promesse di un ordine del mondo basato sui diritti umani e perseguono gli obiettivi di una nuova, pericolosa agenda. Il linguaggio della libertà e della giustizia è finalizzato ad adottare politiche che sfruttano la paura e l’insicurezza, come i cinici tentativi di ridefinire e condonare la tortura. La nuova agenda, insieme all’indifferenza e alla paralisi della comunità internazionale, è stata fallimentare per le svariate migliaia di vittime delle crisi umanitarie e dei conflitti dimenticati nel corso del 2004. Il Rapporto annuale di Amnesty International documenta la situazione dei diritti umani in 149 paesi e territori nel corso del 2004. Fornisce inoltre un quadro del lavoro svolto dall’organizzazione per promuovere i diritti umani e lottare contro specifici abusi su temi quali la violenza sulle donne, la tortura e il commercio di armi.
Iran nel rapporto 2005 Cina, Iran e Vietnam i primi paesi boia del 2004 SINTESI DEI FATTI PIU’ IMPORTANTI DEL 2004
La situazione ad oggi Dei 58 mantenitori della pena di morte, 44 sono paesi dittatoriali, autoritari o illiberali. In questi paesi, nel 2004, sono state compiute almeno 5.411 esecuzioni, pari al 98,8% del totale mondiale. Un paese solo, la Cina, ne ha effettuate almeno 5.000, circa il 91,3% del totale mondiale; l’Iran ne ha effettuate almeno 197; il Vietnam almeno 82; nella Corea del Nord, il numero è imprecisato, ma siamo nell’ordine di parecchie decine; l’Arabia Saudita almeno 38; il Pakistan almeno 29; il Bangladesh almeno 12; il Kuwait almeno 9; l’Egitto almeno 6. Molti di questi paesi non forniscono statistiche ufficiali sulla pratica della pena di morte, per cui il numero delle esecuzioni potrebbe essere molto più alto. A ben vedere, in questi paesi, la soluzione definitiva del problema, più che alla lotta contro la pena di morte, attiene alla lotta per la democrazia, l’affermazione dello stato di diritto, la promozione e il rispetto dei diritti politici e delle libertà civili. Sul terribile podio dei primi tre paesi che nel 2004 hanno compiuto più esecuzioni nel mondo figurano tre paesi autoritari: la Cina, l’Iran e il Vietnam. Iran, di nuovo secondo sul podio della disumanità Nel 2004 l’Iran è salito di nuovo sull’orribile podio olimpico dei primi paesi boia del mondo, battendo anche la prestazione dell’anno prima. Le esecuzioni sono state almeno 197, a fronte delle 154 del 2003. Si è piazzato sempre al secondo posto, dopo la Cina, anche se in rapporto alla popolazione è come se fosse arrivato primo. I dati reali sulle esecuzioni potrebbero essere ancora più alti: le autorità non forniscono statistiche ufficiali e i numeri riportati sono relativi alle sole notizie pubblicate dai giornali iraniani, che evidentemente non riportano tutte le esecuzioni. Nel 2004, la stampa iraniana ha riportato l’esecuzione pubblica di almeno 5 donne, tra cui una ragazza di 16 anni, Atefeh (Sahaleh) Rajabi, impiccata in pubblico a Neka il 15 agosto. L’Iran ha giustiziato almeno tre minorenni nel 2004 e altri 11 sono stati condannati a morte. Secondo le stesse autorità, molte esecuzioni in Iran sono relative a reati di droga, ma è opinione di osservatori sui diritti umani che molti di quelli giustiziati per reati comuni, in particolare per droga, possano essere in realtà oppositori politici. Non c’è solo la pena di morte, secondo i dettami della Sharia iraniana, ci sono anche torture, amputazioni degli arti, fustigazioni e altre punizioni crudeli, disumane e degradanti. Non si tratta di casi isolati e avvengono in aperto contrasto con il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici che l’Iran ha ratificato e queste pratiche vieta. Pena di morte in base alla Svaria Nel 2004, almeno 315 esecuzioni sono state effettuate in 15 paesi a maggioranza musulmana, molte delle quali ordinate da tribunali islamici in base a una stretta applicazione della Sharia. Ma il problema non è il Corano, perché non tutti i paesi islamici che a esso si ispirano praticano la pena di morte o fanno di quel testo il proprio Codice Penale, civile o, addirittura, la propria Carta fondamentale. Il problema è la traduzione letterale di un testo millenario in norme penali, punizioni e prescrizioni valide per i nostri giorni, operata da regimi fondamentalisti, dittatoriali o autoritari al fine di impedire qualsiasi processo democratico. Dei 48 paesi a maggioranza musulmana nel mondo, 23 possono essere considerati a vario titolo abolizionisti, mentre i mantenitori della pena di morte sono 25, dei quali solo 15 l’hanno praticata nel 2004. Impiccagione, crocifissione, decapitazione e fucilazione, sono stati i metodi con cui è stata applicata la Sharia nel 2004. Condanne a morte tramite lapidazione sono state emesse nel 2004 solo in Nigeria e in Iran, ma nessuna è stata eseguita. Una donna è stata lapidata in Afghanistan nel 2005, ma si è trattato di una esecuzione extra-giudiziaria, effettuata dal marito della donna a seguito di una decisione di un Mullah locale. L’alternativa alla lapidazione, in esecuzione di sentenze capitali in base alla Sharia, può essere l’impiccagione, la quale è preferita per gli uomini ma non risparmia le donne. Impiccagioni in base alla Sharia sono state effettuate nel 2004 in Iran, Kuwait, Pakistan, Siria e Sudan. L’impiccagione è spesso eseguita in pubblico e combinata a pene supplementari come la fustigazione e l’amputazione degli arti prima dell’esecuzione. E’ quel che è accaduto in molti casi in Iran, dove le esecuzioni sono state a volte contestate dalla folla chiamata ad assistervi. La decapitazione come metodo per eseguire sentenze in base alla Sharia, è un’esclusiva dell’Arabia Saudita, il paese islamico che segue l’interpretazione più rigida della legge islamica e che fa registrare un numero di esecuzioni tra i più alti al mondo, sia in termini assoluti che in percentuale sulla popolazione. Il record è stato stabilito nel 1995 con 191 esecuzioni. Le esecuzioni nel 2004 sono state 38, il numero più basso nella storia degli ultimi anni, ma subito superato nei primi mesi del 2005 con le 42 esecuzioni già effettuate (al 18 aprile 2005). Non propriamente una punizione islamica, la fucilazione è pure stata applicata nel 2004 in esecuzione di condanne in base alla Sharia in Pakistan, Yemen e Somalia. Pena di morte nei confronti dei minori Applicare la pena di morte a persone che avevano meno di 18 anni al momento del reato è in aperto contrasto con quanto stabilito dal Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti del Fanciullo. Nel 2004, sono stati giustiziati nel mondo almeno 5 minorenni: in Cina (1), Iran (3) e Pakistan (1). Un altro minorenne è stato impiccato in Iran nel gennaio del 2005. Sebbene la legge cinese escluda espressamente l’esecuzioni di persone che abbiano commesso il reato quando avevano meno di 18 anni, minorenni hanno continuato a essere giustiziati a causa di una scarsa attenzione da parte dei tribunali nell’accertamento dell’età effettiva degli imputati. La “guerra alla droga” Anche per il 2004, il proibizionismo sulle droghe ha dato un contributo consistente alla pratica della pena di morte. Nel nome della guerra alla droga e in base a leggi sempre più restrittive, sono state effettuate esecuzioni in Arabia Saudita, Cina, Kuwait, Indonesia, Iran, Singapore e Vietnam. In Thailandia, fermate quelle legali, nel corso dell’anno si è assistito a un’ondata di esecuzioni sommarie o extragiudiziarie. Delle 38 esecuzioni del 2004 in Arabia Saudita, 14 sono state effettuate per reati di droga. Come accade di solito in Cina in prossimità di feste nazionali e di date simboliche internazionali, decine di trafficanti di droga sono stati condannati a morte o giustiziati in occasione del 26 giugno 2004, Giornata Internazionale Contro la Droga. Delle nove persone messe a morte in Kuwait nel 2004, due erano state condannate per traffico di droga. Tutte e tre le esecuzioni avvenute in Indonesia nel 2004 sono state effettuate per traffico internazionale di eroina. Secondo le stesse autorità, molte esecuzioni in Iran sono relative a reati di droga, ma è opinione di osservatori sui diritti umani che molti di quelli giustiziati per reati comuni, in particolare per droga, possano essere in realtà oppositori politici. A Singapore la pena di morte è obbligatoria per il traffico di 15 grammi o più di eroina, 30 grammi di cocaina o 500 grammi di cannabis Il governo, di solito molto restio a fornire dati sulla applicazione della pena di morte, ha reso noto il 30 gennaio 2004 che tra il 1998 e il 2003 sono state giustiziate 138 persone, 110 delle quali punite per reati di droga. Nel 2004, si è registrata in Vietnam una escalation nell’applicazione della pena di morte e delle 82 esecuzioni pubblicate da media statali almeno 44 sono state effettuate per traffico di droga. Le ultime esecuzioni legali in Thailandia sono state effettuate nel dicembre 2003 proprio nei confronti di tre presunti spacciatori di droga, per i quali era stato inaugurato il nuovo metodo di esecuzione tramite iniezione letale. Fermate quelle legali, nel corso del 2004 si è assistito a un’ondata di esecuzioni sommarie o extragiudiziarie. Il 3 ottobre 2004, il capo del governo Thaksin ha annunciato una nuova fase della guerra alla droga, promettendo “misure brutali” contro i trafficanti, considerati un pericolo per la sicurezza sociale e nazionale. La pena di morte “top secret” Molti paesi, per lo più autoritari, non forniscono statistiche ufficiali sulla applicazione della pena di morte. In Cina e Vietnam la questione è considerata per legge un segreto di stato e le notizie di esecuzioni riportate dai giornali locali rappresentano una minima parte del fenomeno. In piena continuità con la tradizione sovietica, la pena di morte è considerata un segreto di stato anche in Bielorussia, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. In questi paesi i dati disponibili su condanne a morte ed esecuzioni sono quelli forniti da organizzazioni internazionali oppure relativi solo a notizie uscite su media statali o dalle prigioni tramite parenti dei giustiziati. Anche qui il numero reale delle esecuzioni potrebbe essere molto più alto. In quasi tutti i paesi autoritari, dall’Egitto all’Iran, allo Yemen o al Sudan, dove pure non esiste segreto di stato sulla pena di morte, il governo non pubblica statistiche nè fornisce dati ufficiali. Le sole informazioni disponibili sulle esecuzioni sono tratte da notizie uscite su media statali che evidentemente non riportano tutti i fatti. Ci sono poi situazioni in cui le esecuzioni sono tenute assolutamente nascoste e le notizie non filtrano nemmeno dai giornali locali. È il caso della Corea del Nord e della Siria. Vi sono paesi, infine, dove le esecuzioni sono di dominio pubblico solo una volta che sono state effettuate. I familiari, gli avvocati e gli stessi detenuti condannati a morte, sono tenuti all’oscuro del giorno in cui sarà eseguita la sentenza. E’ quel che avviene ad esempio in Arabia Saudita e Giappone. |